NOTA DELL'AUTRICE
Dal mese di febbraio 2023 sino al mese di novembre 2024 ho collaborato come autrice ospite per
La Tutela del Patrimonio Culturale, blog di riflessioni, informazione e comunicazione sulla tutela del Patrimonio Culturale nazionale e internazionale, pubblicando una serie di articoli dedicati al tema del falso nell’ arte.
Questo contributo fa parte di quella collana e viene qui presentato in anteprima, con link diretto alla lettura integrale sul sito ospitante.

Nell’articolo precedente, incorniciato da una breve panoramica storico-contestuale dell’epoca (Evoluzioni del Falso: il Novecento parte prima), abbiamo tracciato le vicissitudini di due falsari (Alceo Dossena, e a seguire, Ermenegildo Pedrazzoni) attivi tra Parma e Roma nelle prime decadi del Novecento.
Il XX secolo, come detto, è ricco e complesso e la rete fraudolenta si estese in molteplici direzioni. In concomitanza alla falsificazione scultorea di gusto rinascimentale, fiorì un’altra corrente di matrice dolosa, che affondò le proprie radici già dalla metà dell’ Ottocento, dettata dalla dilagante richiesta del mercato di dipinti di scuola senese dei cosiddetti ‘primitivi’ italiani del XII-XV secolo.
Capitale dell’arte prerinascimentale fu Siena, che divenne secoli più tardi, anche la base di una vera e propria scuola e officina falsaria, in cui abili artigiani e maestri dall’ animo truffaldino, produssero ex novo tutto ciò che ormai era divenuto introvabile, ma assai appetibile, sul mercato.