Breve dissertazione sui falsi: Paul Gauguin


INDICE DELL’ARTICOLO

 

1.      Quanti falsi in mezzo ai veri

2.      Il falso fauno di Gauguin, vero Shaun Greenhalgh

3.      Un falso/vero al Getty Museum

4.      Il doppio Gauguin del laboratorio Sakhai

5.      Fake or Fortune


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Fig. 1

      1.    QUANTI FALSI IN MEZZO AI VERI

 

Il 18 febbraio 1895 presso l’Hotel Drouot di Parigi venne allestita una vendita all’asta di 45 tele e 25 disegni dell’artista francese Paul Gauguin[1] (1848-1903). L’incasso complessivo delle vendite fu di 2.986 franchi e fu a malapena sufficiente per coprire le spese sostenute[2]. Tra le opere messe all’incanto ci fu il dipinto Nafea faa Ipoipo (Due donne Tahitiane in un paesaggio [1892], olio su tela 105 x 77,5 cm, ubicazione presunta Quatar, precedentemente Svizzera, Riehen, Fondazione Beyeler)[3] che fu proposto per la somma di 500 franchi non trovando però la disponibilità economica di alcun acquirente[4]. Nel 2015, ben 120 anni dopo, lo stesso dipinto è stato venduto tramite Sotheby’s di New York per la cifra record di 300 milioni di dollari[5] (Fig. 1).

 

Un secolo di evoluzioni sociali-culturali e soprattutto economiche e di mercato, per trasformare un’opera rimasta invenduta, seppur proposta a poco prezzo, in uno dei capolavori più costosi di sempre.

 

Tale assunto può rappresentare (così come avvenuto per molti altri autori) il paradosso massimo di una gloria monetaria giunta troppo tardi e che l’artista designato non conoscerà mai. Sebbene i profitti del maestro francese furono assai esigui quando ancora in vita, già negli ultimi anni della sua esistenza e immediatamente dopo la sua morte, il suo stile fu spesso copiato. La contraffazione circa le opere di Gauguin è apparsa nel corso degli anni di ardua individuazione, poiché la matrice fraudolenta si è manifestata su più livelli. La tecnica esecutiva adottata dall’artista non presentava particolari complessità, favorendo così l’intento imitativo.

 

Nelle prime decadi del Novecento ci fu un numero considerevole di opere a lui attribuite ma prive di firma e successivamente ricollocate in maniera corretta e pertinente a seguaci e imitatori del pittore[6].

 

Decine di opere comparse attorno ai primi anni del XX secolo considerate di mano dell’artista, si sono rivelate invece vere e proprie falsificazioni ex novo dotate di firma spuria; ma la vera insidia nella restituzione corretta del suo intero corpus artistico è stata data dalla risoluzione di quei dipinti realizzati nei medesimi luoghi e coevi all’attività artistica di Gauguin che, per i più svariati motivi, il pittore fu persuaso ad avallare con la propria firma. Tale prassi ha comportato che molte opere in realtà realizzate da Émile Bernard (1868-1941), Charles Laval (1861-1894) e altri della scuola di Pont-Aven, oltre che di Meyer de Haan (1852-1895), George-Daniel de Monfreid (1856-1929) ed Émile Schuffenecker (1851-1934), circolassero con la sua autografia[7] (al riguardo è ragionevolmente plausibile ipotizzare che forse ancora oggi non tutto è stato identificato).

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Fig. 2

Un censimento importante di opere spurie è stato fatto per la realizzazione della seconda edizione del Catalogo Ragionato dell’artista da Daniel Wildenstein[8] afferente alla produzione pittorica eseguita tra 1873 e il 1888, in cui delle 312 opere catalogate nella precedente edizione del 1964[9], 24 sono state escluse (Fig. 2).

In una lettera del 1900 indirizzata al nobile Emmanuel Bibesco (?-1917), Gauguin in merito ai quantitativi pittorici da lui prodotti scrisse:
«Penso che siano trecento al massimo le mie tele, da quando ho cominciato a dipingere. Un centinaio non contano, essendo degli inizi…»[10]
 
Nell’attuale catalogazione le opere censite dal 1873 al 1886 sono 236, le opere dal 1886 al 1888 ben 329. Per un totale di 565 dipinti realizzati in 15 anni[11]. Nella precedente raccolta del 1964, al 1900 risultavano considerate autentiche 594 opere. Nel 1900 sembrerebbe che il pittore non abbia realizzato alcun lavoro[12].  La produzione degli ultimi tre anni di vita, sino al 1903, risulta essere decisamente più esigua, con un totale di 44 dipinti[13].

Incrociando foto e informazioni desunte dall’ampia disamina compiuta dall’Istituzione, si evince come già ai tempi della prima catalogazione alcune anomalie stilistiche fossero ben presenti ma non considerate come indicative di falsità. Nella fattispecie degli esemplari proposti sono state riscontrate firme abrase e sovrapposte, firme non conformi a quelle dell’artista in riferimento ad uno specifico arco temporale, piuttosto che tecniche e stili compositivi desueti in rapporto alla produzione nota.

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Fig. 3

Il primo dipinto di Paul Gauguin considerato non genuino nella catalogazione Wildenstein è datato 1876[14] (Fig. 3); in questo frangente non è possibile stabilire e conoscere se l’opera in questione sia stata realizzata contestualmente all’attività del pittore o se eseguita qualche decennio più tardi e retrodatata, ma è certo che l’intento imitativo e la conseguente vendita e commercio di tali produzioni hanno avuto origini assai premature.

 

È doveroso sottolineare per offrire al lettore una panoramica anche sulla cronistoria delle opere escluse, che la maggior parte di questi lavori avevano una provenienza che poteva essere considerata attendibile poiché comparse nel mercato attorno alle prime decadi del Novecento mediante passaggi in aste altisonanti o la vendita di galleristi e mercanti considerati autorevoli per l’epoca.

Ancora una volta, come ho evidenziato nei contributi precedenti (Breve dissertazione sui falsi: Vincent Van Gogh; Breve dissertazione sui falsi: Claude Monet), l’informazione desunta dall’analisi delle provenienze offre elementi che confermano quanto la pratica della falsificazione fosse assai diffusa: non era inusuale agire con l’ausilio di mercanti compiacenti, capaci di favorire e agevolare i passaggi dei vari manufatti artistici pur conoscendone la loro falsità, finanche le stesse opere contraffatte potevano essere vendute in buona fede non avendo talvolta gli strumenti conoscitivi (sia storici che primi rudimenti scientifici) per distinguere un originale da un falso. 

 

L’abbaglio è facile dinanzi ad una provenienza apparentemente affidabile e storicamente plausibile, che specialmente in caso di rinvenimenti inediti (seppur molto rari ai giorni nostri), dovrà essere guardata con una certa diffidenza e indagata con maggior scrupolo e attenzione.


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Fig. 4

2.  IL FALSO FAUNO DI GAUGUIN, VERO SHAUN GREENHALGH

 

La produzione artistica di Gauguin, oltre alla pittura e al disegno, si estese anche alla scultura cimentandosi sia nella lavorazione del marmo, del legno e in quella della ceramica [15] (Fig.4).

Nel 2007 Scotland Yard, a seguito di una lunga indagine scoprì che il cosiddetto Fauno di Gauguin (Fig. 5), una scultura in ceramica esposta con fierezza da 10 anni all’Art Institute di Chicago, era un falso di qualità eccelsa realizzato nel 1994 da Shaun Greenhalgh [16].

Il 12 dicembre 2007 con un comunicato stampa l'Art Institute dichiarò:

«Il Fauno, una scultura acquisita dal museo nel 1997 come opera di Paul Gauguin, è un falso creativo e ben studiato... prodotto dalla famiglia Greenhalgh recentemente condannata di Bolton, in Inghilterra.» [17].

La scultura fu venduta a Londra da Sotheby's il 30 novembre del 1994 (lotto n. 114) per 20.700 sterline e successivamente, nel 1997, acquisita dall’Art Institute di Chicago con un avallo sull’ autenticità da parte dell’Istituto Wildenstein. L’opera fu accolta come autentica anche da una delle massime studiose della scultura in ceramica di Gauguin e acclamata da moltissimi esperti.
A seguito della scoperta di falso, il museo rimosse l’opera chiedendo un risarcimento alla prestigiosa Casa d’Aste[18].

Nato in Inghilterra nel 1961, Shaun Greenhalgh iniziò a lavorare come falegname d'arte specializzandosi nel tempo sia nel restauro che nelle tecniche più raffinate di decorazione, riuscendo a coinvolgere anche i genitori nell’impresa di falsificazione e vendita[19].

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Fig. 5

La produzione fraudolenta si è protratta per circa 17 anni, realizzando oltre 120 opere contraffatte e riuscendo ad ingannare autorevoli esperti di prestigiose istituzioni, per un giro d’affari illecito di milioni di sterline[20].

L’inganno fu perpetuato grazie anche alla ricostruzione di una provenienza credibile: per tale operazione si prestò la madre di Greenhalgh, utilizzando il suo cognome da nubile, sostenendo di essere una discendente di un amico di Gauguin che si diceva avesse acquistato la scultura alla galleria parigina Nunes e Fiquet nel 1917 in cui risultava la presenza di un’opera intitolata Fauno. Per legittimare tale acquisizione fornì copia dell’atto di vendita, naturalmente anch’esso falso[21].

Il prototipo scultoreo fu concepito sulla falsa riga di un vero bozzetto di Gauguin, realizzato nel 1887 in un taccuino in cui aveva annotato  di voler realizzare un soggetto simile, oggi conservato al Louvre[22].

 

Nel 2007 gli esperti erano ancora incerti su quante sculture in ceramica Gauguin avesse effettivamente prodotto: le stime si aggirano tra i 55 e gli 80 esemplari, di queste si ritiene che almeno 30 opere possano essere disperse o distrutte. Una minor conoscenza del corpus ceramico, all’epoca ancora avulso da lacune e mancanze, nonché la possibilità di eseguire controlli meno rigidi su manufatti il cui valore economico inoltre è nettamente inferiore in rapporto alla produzione pittorica del medesimo artista, in aggiunta ad informazioni storiche e biografiche convincenti e attestanti la volontà di produrre un soggetto analogo,  sono stati  senz’altro degli incentivi nella scelta di riprodurre e falsificare tale tipologia di soggetto scultoreo. Durante il processo che lo condannò nel 2007 furono discussi 44 falsi di autori ed epoche differenti, ma la sua produzione fu ben più vasta. 

 

Per l’alto livello di produttività con cui ha agito e per l’egregia qualità tecnica, le autorità sono convinte che in circolazione nel mondo dell’arte ce ne siano molti altri[23].

Nell’arte non sempre tutto è realmente come sembra e se non fosse stato per l’accurato operato investigativo dei detective di Scotland Yard, chissà se gli esperti si sarebbero mai accorti che quel Gauguin era in realtà una moderna contraffazione?

A voi l’ardua sentenza….


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Fig. 6

3.    UN FALSO/VERO AL GETTY MUSEUM

Nel 2020 sulle più importanti testate giornalistiche di tutto il mondo rimbalzò l’ennesima notizia che fece scuotere il mondo dell’arte: l’emblematica scultura Testa con le corna attribuita a Paul Gauguin e acquistata nel 2002 dal J. Paul Getty Museum per 3 milioni di dollari (cifra non confermata dal museo), è un falso[24] (Fig. 6). L’ennesimo per questo artista direi.

Già nel 2019, l’istituzione prudentemente modificò l’attribuzione in autore sconosciuto, poiché le recenti ricerche, effettuate dopo l’acquisizione, non permettevano di sostenere la paternità all’artista francese. 

La testa con le corna, scolpita in legno di sandalo ed eretta su una solida base di legno di platano è datata 1894-97 circa, ed era stata circoscritta al periodo in cui l’artista si trovava a Tahiti. Teste analoghe compaiono in alcuni taccuini di Gauguin e questo aveva indotto gli esperti a ritenerla autentica, incluso l’Institute Wildenstein, che ne fu rivenditore attraverso la sua omonima galleria di New York e che sua volta dichiarò di averla acquisita da un collezionista privato svizzero nel 1993. Ma alcuni studiosi iniziarono a sollevare i primi dubbi[25].

 Nel 2021 la curatrice della scultura del XIX secolo al Museo del Louvre, nonché curatrice generale onoraria del patrimonio Anne Pingeot, ha pubblicato la sua accurata ricerca sul Getty Research Journal[26] ritessendo le vicende critiche-attributive della scultura e facendo luce sulle appropriazioni di oggetti e creazioni altrui da parte di Gauguin nei suoi viaggi. Il risultato emerso a fronte degli approfondimenti storici è che la statua, probabilmente una divinità polinesiana, aveva aleggiato attorno all’esistenza dell’artista, ma ci si imbatté solo attraverso delle foto datate 1894 (un anno prima che Gauguin tornasse a Tahiti dalla Francia) e che incollò ad un suo taccuino e da cui prese spunti e riferimenti per i suoi disegni (compare in almeno tre sue opere grafiche) e che generò una serie di coincidenze nel ritenere l’opera una sua creazione. Dal percorso ricostruito delle vicissitudini, non solo non era stato lui a realizzarla, ma probabilmente non l’aveva mai nemmeno vista dal vivo, tanto meno posseduta[27].

 

È interessante osservare in questa vicenda come in realtà nel caso specifico non si possa ritenere il manufatto un falso in senso stretto, poiché concepito senza nessuna accezione dolosa, ma la stessa opera è diventata falsa nel momento stesso in cui le è stata assegnata un significato e un nome differenti da quello originale.

Talvolta non sono le opere ad essere false, ma sono le attribuzioni ad essere sbagliate.


4.    IL DOPPIO GAUGUIN DEL LABORATORIO SAKHAI

Nell’ampio scenario in cui si estende il fenomeno della falsificazione, le azioni adottate in maniera dolosa possono essere di varia natura. Chiunque decida di ingannare a vario titolo qualcun altro, lo fa adottando modi e tecniche a lui più congeniali, per conoscenze tecniche, capacità di inserirsi nel mercato e più generalmente per forma mentis: chi imita o altera un manufatto, lo fa nella stragrande maggioranza dei casi seguendo modelli comportamentali (fraudolenti) precedenti. Anche il dolo genera seguaci.

 

Cosicché se come visto nel caso precedente, il falsario Greenhalgh genera un nuovo esemplare autentico/falso basandosi su un bozzetto dell’artista su cui gli esperti si aspettavano (e desideravano) di trovare prima o poi l’opera compiuta mancante al corpus artistico, e chi invece persegue il plagio di modelli già esistenti semplicemente duplicandoli (esempio noto del passato di questa fattispecie il caso di Otto Wacker con i suoi Van Gogh, si veda al riguardo Breve dissertazione sui falsi: Vincent Van Gogh). 

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Fig. 7

Ad un certo punto degli anni 2000 il mercato dell’arte si ritrovò ad avere in più occasioni esemplari doppi di dipinti di Marc Chagall, Amedeo Modigliani, Claude Monet, Pierre-Auguste Renoir, Paul Klee e naturalmente l’artista oggetto di questa disamina, Paul Gauguin[28].

Ely Sakhai è un gallerista e collezionista d’arte immigrato dall’Iran in America, ai tempi delle vicende proprietario di due importanti gallerie a Manhattan, condannato per la vendita di opere contraffatte. Negli anni ‘80 iniziò a collezionare opere minori, in termini soprattutto di mercato, afferenti in particolar modo  impressionisti e post-impressionisti, creando un nucleo collezionistico sicuro dal punto di vista dell’autenticità, ma senza il clamore di cifre roboanti[29].

 

Nel sistema di vendite in cui era ben introdotto evidentemente si rese conto ci potessero essere delle falde che gli permisero di architettare una truffa ben articolata: egli predispose un vero e proprio laboratorio per la contraffazione ingaggiando abili pittori cinesi per la copia e l’imitazione dei suoi originali. I modelli contraffatti a quel punto venivano corredati della cornice dell’opera originale e accompagnati dai documenti di provenienza e autenticità veri attestanti le opere autentiche da lui acquistate[30].

Ergo opera falsa/documenti veri, al contempo se avesse voluto nuovi documenti per gli originali gli sarebbero stati concessi facilmente, essendo appunto tali opere autentiche. La macchina fraudolenta era ormai messa in moto.

 

Sakhai si accertava di vendere originali e falsi in mercati differenti: predilesse il mercato asiatico per i falsi, mentre lasciava gli originali a Londra e New York.  L’ imprudente saccenza nel poter eludere controlli e verifiche da parte degli enti a cui proponeva le sue opere, nonché una smodata avidità, fece sì che lo schema ben congeniato iniziasse a sgretolarsi, sino ai segnali che allertarono l’FBI.

 

Nel maggio 2000, sia Christie's che Sotheby's si resero conto che entrambe avevano messo all’incanto il dipinto di Paul Gauguin Lilacs del 1885 (olio su tela, 34,9 x 27 cm, Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid). Fu per pura coincidenza che le opere furono messe in vendita nel medesimo momento: da un lato Sakhai, in possesso del suo originale che propose l’opera a Sotheby’s, dall’altra parte la proprietà della seconda versione, il Gallery Muse di Tokyo, che aveva acquistato l’opera dal mercante nel 1997 e si rivolse a Christie’s. Ambedue le istituzioni d’arte, entrambe convinte di possedere l’originale, portarono i dipinti all’esperta di Gauguin Sylvie Crussard presso l'Istituto Wildenstein di Parigi, che confermò che la versione posseduta da Christie’s, di proprietà del Gallery Muse di Tokyo e acquistata dal mercante nel 1997, fosse un falso[31]. Mentre Christie’s dovette ritirare opera e catalogo ormai in stampa, Sotheby’s fece incassare a Sakhai la bella somma di 310.000 dollari[32] (Fig. 7).

Oggi con internet e la rapidità del web sarebbe improbabile riuscire in una frode di questo tipo, salvo forse operare solo nel mercato privato, ma dubito grazie al continuo monitoraggio delle forze di polizia e ad un’attenzione maggiore, sia da parte degli esperti che degli stessi collezionisti, verso i crimini dell’arte, che un raggiro di questo tipo si potesse protrarre così a lungo.

Parallelamente le indagini intraprese dall’FBI, che andavano avanti da qualche anno, condussero inoppugnabilmente al mercante d’arte. Le indagini si rivelarono complesse a causa della rete internazionale creata da Sakhai: era necessaria la cooperazione di forze di polizia di altri paesi, gli esperti d’arte dei pittori falsificati, incluso Gauguin, erano per lo più francesi e i collezionisti giapponesi, il che significava anche aver necessità di un lavoro di traduzione di tutti gli attori chiamati in causa[33].

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Fig. 8

Il 9 marzo 2000, con otto capi di imputazione per frode telematica e postale, Sakhai fu arrestato. Rilasciato su cauzione, il 4 marzo 2004 fu accusato in via definitiva di otto capi di imputazione per frode e nuovamente rilasciato su cauzione, a quel punto per chiudere le vicende giudiziarie si dichiarò colpevole, ricevendo il 6 luglio 2005 dall’ United States Attorney Southern District of New York (Fig.8), una condanna a 41 mesi, l’ammenda di 12,5 milioni di dollari e l’ordine di confisca di undici opere d'arte autentiche adoperate per forgiare i falsi[34].

 

 Rimane ancora però un dubbio irrisolto: chi ha dipinto effettivamente quei falsi? 

 


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Fig. 9

    4.    FAKE OR FORTUNE

   Nel 2017 la trasmissione inglese della BBC Fake or Fortune dedicò una puntata all’ investigazione artistica di due opere dell’artista Paul Gauguin, un disegno e un dipinto (Fig. 9)[35]. Gli esperti interpellati nel percorso di ricerca spiegarono anch’essi quanto le opere di Gauguin siano state ampiamente falsificate nei primi anni del XX secolo quando a seguito della morte dell’artista la sua fama cominciò a crescere notevolmente.

L’indagine fu condotta su una tela raffigurante una natura morta con sei pesche, firmata P.G., appartenuta ad un uomo di Cambridge ed ereditata dalla sua famiglia.

Il dipinto fu catalogato dall’Istituto Wildestein nel 1964, tra le opere realizzate nel soggiorno in Bretagna nel 1889 (Fig. 10), identificabile con il titolo Sei pesche (W. 381bis, olio cartone marouflage su tela, 23 x 31 cm, firma e dedica in basso a sinistra P. G. Au seigneur Roy)[36].

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Fig. 10

Le indicazioni del catalogo riferiscono che il dipinto potrebbe essere stato donato dall’artista all’amico pittore Louis Roy (1862-1907), con cui i rapporti erano diventati più frequenti in occasione della mostra del Groupe impressioniste et synthétiste tenuta nei locali del Volpini cafè nel 1889, alle quali entrambi parteciparono.  L’opera fu venduta il 14 aprile 1923 con il titolo Pesche e successivamente il 22 novembre 1930 per quattordicimila franchi con il titolo Arance. Al 1964 l’opera era catalogata come dispersa[37].

 

Nel 1972 l’opera è ritenuta ancora autografa, poiché inserita anche nel catalogo italiano dell’opera dell’artista edito da Rizzoli (n. 207)[38].

Benché le analisi dei pigmenti suggerissero una tavolozza cromatica compatibile con il periodo presunto di attività dell’artista, tale elemento da solo non può essere assurto come prova di autenticità.

L’analisi grafotecnica della firma ha presentato una serie di anacronismi nel tratto e nelle forme, incongruenti in rapporto ad autografie di sicura attestazione, apposte con la medesima sigla. L’esame al microscopio ottico ha inoltre dimostrato che tale vergatura fosse stata apposta in un periodo successivo all’esecuzione del dipinto, infine le pennellate, le tracce del disegno e lo stile compositivo, hanno confermato la mano di un imitatore, per queste ragioni l’opera è stata dichiarata falsa.

Come visto nei precedenti casi esaminati (Vincent Van Gogh e Claude Monet), le opere contraffatte contestualmente ( o poco successivamente) alla vita dell’artista imitato, per le loro garanzie storiche quali tavolozze cromatiche coincidenti, utilizzo di medesime tele, passaggi in note galleria d’epoca e l’avvallo della loro autenticità da parte di esperti e istituzioni, finanche la presenza negli autorevoli cataloghi generali come quello rappresentato dal Wildenstein Institute, risultano certamente assai più complesse da individuare.

Va detto inoltre che il loro svelamento è sempre subordinato ad un approfondimento specifico non sempre di immediata attuazione: è molto più frequente che il collezionista privato, poiché interessato alla vendita del bene, possa far indagare la propria opera, mentre per le opere esposte da decenni all’interno di istituzioni museali, occorre spesso attendere eventi specifici come una campagna di restauro, un lavoro di ricognizione sull’allestimento museale o un importante evento espositivo su un nucleo specifico di opere o artisti su cui si indagherà con ulteriore rigore.

Appaiono ancora estremamente attuali le parole espresse da Theodore Rousseau (1912-1973), curatore di arte europea al Metropolitan Museum di New York e Monuments Men, durante una conferenza pubblica:

 «Dovremmo renderci tutti conto che possiamo parlare solo dei falsi falsi, quelli che sono stati scoperti;

quelli buoni sono ancora appesi alle pareti»[39].

 

TAMARA FOLLESA 


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NOTE 

 

[1] Vente de tableaux et dessins par Paul Gauguin, (Hotel des Ventes, salle 7, 18 febbraio 1895, Expert Bernheim-jeune), Imp. G. Gamproger, 52 n. rue de Provence, Paris, 1895.

[2] Sugana G.M. (a cura di), L’opera Completa Di Gauguin, Introdotta Da Scritti Del Pittore, Classici dell’Arte Rizzoli Editore-Milano, 1972, p. 85.

[3] Vente de tableaux et dessins par Paul Gauguin, n. 20, p. 9.

[4] Sugana G.M. 1972, p. 103.

[5] Follesa T., Nafea Faa Ipoipo: Il Record mondiale firmato Gauguin in «Veni Vidi Vici. L’incanto dei secoli e le proprie verità» del 16 febbraio 2015 https://www.venividivici.us/economia-e-politica/nafea-faa-ipoipo-il-record-mondiale-firmato-gauguin/ (ultima consultazione il 4 gennaio 2023); Materi N., Il quadro più caro al mondo finisce nelle sabbie del deserto in  «il Giornale.it» del 7 febbraio 2015, https://www.ilgiornale.it/news/politica/quadro-pi-caro-mondo-finisce-nelle-sabbie-deserto-1090796.html  (ultima consultazione il 4 gennaio 2023); Nenzi R., Il quadro più caro di sempre è un Gauguin in  «il Giornale.it» del 6 febbraio 2015, https://www.ilgiornale.it/news/cultura/quadro-pi-caro-sempre-gaugin-1090699.html  (ultima consultazione il 4 gennaio 2023).

[6] Sugana G.M. 1972, p. 86.

[7] Ibidem.

[8]  Wildenstein D., Gauguin a Savage in The Making Catalogue Raisonné of the Painting 1873-1888, Skira, Milano, 2002, Vol. I-II, pp. 620-621.

[9] Wildenstein G., Paul Gauguin Catalogue, L’Art Francais Collection Dirigée par G.Wildenstein, Les Beaux Arts, Editions d’Etudies et de Documents, Paris, 1964 Vol. I-II.

[10] Sugana G.M. 1972, p. 86.

[11] Wildenstein D. 2002, Vol. I-II.

[12] Wildenstein G. 1964, Vol. I, p. 252.

[13] Ivi, pp. 117-271.

[14] Ivi, p. 9; W.18. Paysage aux Chevreuils, olio su legno 35, 5 x 55, 5 cm, firmato e datato in basso a destra P. Gauguin 1876. Questo dipinto faceva parte di cinque tele attribuite a Gauguin che erano state vendute all'Hotel des Ventes de Rouen il 3-6 maggio 1932 appartenti ad un Signore di Rouen che diceva di aver conosciuto il pittore durante il suo soggiorno nella medesima località nel 1884 (altri due dipinti del medesimo lotto della suddetta vendita sono stati esclusi dal catalogo Wildestein, W. 79, W. 93). Quest’opera è citata nell’articolo di René Trintzius nel Giornale di Rouen del 28 giugno 1932. Esposizioni: Bâle, Kunstmuseum, Gauguin 1949-1950, n° 2; Parigi, Charpentier, Gauguin, 1960, n° 3; - Monaco, Haus der Kunst, Gauguin, 1960, n° 7.  Pubblicazioni: René Trintzius, Les Trésors de la Ville-Musée ou Prenez garde à la peinture dans le Journal deRouen, 28 Giugno1932; LeeVanDovski, Gauguin,1950, n°5, Collezioni:Haslauer,Rouen;Vendita, Rouen, 3-6 Maggio 1932; - Paul Brame. Collezione privata, Svizzera. 

[15] Vedi Gray C., Scultpture and Ceramics of Paul Gauguin, The Johns Hopkins Press, Baltimore, 1963.

[16] Charney N., The Art of Forgery, Phaidon Press Limited, Londra, 2015, pp. 108-114; Bellet H., Falsari illustri, Skira Milano, 2018, pp. 81-89. 

[17] Press Relaese Art Institute's Statement on Gauguin's 'The Faun'2007; Arsenau G., The Flood of Posthumous Forgeries and Double Standard at the Art Institute of Chicago in «Gary Arsenau Blog» del 5 settembre 2009, aggiornato il 4 ottobre 2015,  http://garyarseneau.blogspot.com/2008/01/thirteen-fakes-in-art-institute-of.html   (ultima consultazione 4 gennaio 2023). Alla data della stesura di questo contributo il comunicato non è più presente sul sito dell’Art Institute, in cui risultano archiviati i Press Relaese dal 2012 ai giorni nostri e dal 1955 al 1998, con un vuoto temporale che va dal 1998 al 2012. È probabile che il sito sia sempre in continuo aggiornamento e in futuro possa essere pubblicato nuovamente il relativo documento. 

[18] Bailey M., Revealed: Art Institute of Chicago Gauguin sculpture is fake in «The Art Newspaper» del 12 dicembre 2007 http://www.theartnewspaper.com/article.asp?id=7105  (ultima consultazione il 4 gennai 2023); Vogel C., Il lavoro creduto un Gauguin si rivela essere un falso in «The New York Times» del 13 dicembre 2007, https://www.nytimes.com/2007/12/13/arts/13gauguin.html (ultima consultazione 4 gennaio 2023).

[19] Bellet H., 2018, p. 84.

[20] Charney N., 2015, p. 108. 

[21]Bailey M., Revealed: Art Institute of Chicago Gauguin sculpture is fake in «The Art Newspaper» del 12 dicembre 2007 https://www.theartnewspaper.com/2008/01/01/art-institute-of-chicago-gauguin-sculpture-is-fake (ultima consultazione il 4 gennai 2023);  Vogel C., Il lavoro creduto un Gauguin si rivela essere un falso in «The New York Times» del 13 dicembre 2007, https://www.nytimes.com/2007/12/13/arts/13gauguin.html (ultima consultazione il 4 gennaio 2023); Charney N., 2015, p. 108.

[22] Bellet H., 2018, p. 82.

[23] Charney N., 2015, p. 108. 

[24] Simonin L., Multi-million Gauguin Sculpture Acquired by Getty is a Fake in «Barnebys Magazine» del 30 gennaio 2020, https://www.barnebys.co.uk/blog/multi-million-gauguin-sculpture-acquired-by-getty-is-a-fake (ultima consultazione il 5 gennaio 2023);

Bailey M., Gauguin e le sue corna in «Il Giornale dell'Arte» del 9 febbraio 2021, https://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/gauguin-e-le-sue-corna/135294.html  (ultima consultazione il 5 gennaio 2023); Bailey M., Expert warned Getty Museum that its newly purchased Gauguin sculpture was a fake, new article reveals in «The Art Newspaper» del 3 febbraio 2021, https://www.theartnewspaper.com/2021/02/03/expert-warned-getty-museum-that-its-newly-purchased-gauguin-sculpture-was-a-fake-new-article-reveals  (ultima consultazione il 5 gennaio 2023).

[25] Ibidem.

[26] Vedi Pingeot A., Paul Gauguin (Paris, 1848–Atuona, 1903): Inventor of the Readymade? in «Getty Research Journal»

Volume 13, 2021 doi: https://doi.org/10.1086/713434 (ultima consultazione il 5 gennaio 2023). 

[27] Ibidem

[28] Sakhai Sentence, ‘Manhattan Art Gallery owner sentenced to 41 months in federal prison for multimillion-dollar art forgery scheme’, United States Attorney  Southern District of New York del 6 luglio 2005, in http://www.justice.gov/usao/nys/pressreleases/July05/sakhaisentence.pdf (ultima consultazione il 4 gennaio 2023).

[29] Charney N., 2015, p. 182.

[30] Ivi, p. 183.

[31] Sakhai Sentence, ‘Manhattan Art Gallery owner sentenced to 41 months in federal prison for multimillion-dollar art forgery scheme’, United States Attorney  Southern District of New York del 6 luglio 2005, in http://www.justice.gov/usao/nys/pressreleases/July05/sakhaisentence.pdf (ultima consultazione il 4 gennaio 2023); Thompson C., How to Make a Fake in «New York Magazine» del 20 maggio 2004, https://nymag.com/nymetro/arts/features/9179/ (ultima consultazione il 4 gennaio 2023); Charney N., 2015, p. 186.

[32] Adam G., New York art dealer Ely Sakhai accused of forgery scam as he sells masterpieces twice in «The Art Newspaper» del 1 aprile 2004, https://www.theartnewspaper.com/2004/04/01/new-york-art-dealer-ely-sakhai-accused-of-forgery-scam-as-he-sells-masterpieces-twice (ultima consultazione 4 gennaio 2023); Thompson C., How to Make a Fake in «New York Magazine» del 20 maggio 2004, https://nymag.com/nymetro/arts/features/9179/ (ultima consultazione il 4 gennaio 2023); Bati A., How to Make a Fake: The Story of Ely Sakhai in «Arcadia» del 24 agosto 2021, https://www.byarcadia.org/post/how-to-make-a-fake-the-story-of-ely-sakhai  (ultima consultazione il 4 gennaio 2023).

[33] Thompson C., How to Make a Fake in «New York Magazine» del 20 maggio 2004, https://nymag.com/nymetro/arts/features/9179/ (ultima consultazione il 4 gennaio 2023). 

[34] Sakhay Sentence, ‘Manhattan Art Gallery owner sentenced to 41 months in federal prison for multimillion-dollar art forgery scheme’, United States Attorney  Southern District of New York del 6 luglio 2005, in http://www.justice.gov/usao/nys/pressreleases/July05/sakhaisentence.pdf (ultima consultazione il 4 gennaio 2023). 

[35] BBC Fake or Fortune, Serie 6, Ep. 3 Gauguin del 10 settembre 2017, in https://www.bbc.co.uk/programmes/b01mxxz6, (ultima consultazione 5 gennaio 2023). 

[36] Wildenstein G. 1964, Vol. I, p. 146; Sugana G.M. 1972, p. 84. 

[37] Ibidem

[38] Sugana G.M. 1972, p. 98. 

[39] Marlowe E., Shaky Ground Context, Connoisseurship and the History of Roman Art,  Bloomsbury London, 2013.


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

ARCHIVI/FONTI

  • Art Institute of Chicago;
  •  BBC;
  • Christie’s Casa D’aste;
  • Getty Research Journal;
  • Museo National Thyssen-Bornemisza, Madrid;
  • Sotheby’s Casa D’aste;
  • Wildstein Pattern Institute;
  • U.S. Department of Justice.



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