Maschere d'Artista: interpretazioni contemporanee nella maschera rituale di Laconi Carlo Salvatore III


a cura di Tamara Follesa


Locandina dell'evento "Maschere d'Artista"
Locandina dell'evento "Maschere d'Artista"

In questo periodo dell'anno, in tutti i Paesi di religione cattolica, si festeggerà  quella particolare occasione  la cui caratteristica principale è l’uso della maschera, intesa come travestimento. In Italia, sebbene in molte località sia un’occasione particolarmente sentita, pensiamo al Carnevale di Viareggio, Ivrea o Venezia, piuttosto che in alcune località della Sardegna, viene percepita dai più come una festa per i più giovani e per i bambini che potranno divertirsi indossando il costume dell’eroe o del proprio personaggio preferito. In  realtà la celebrazione in maschera ha origini molto antiche, a partire dai greci e dagli antichi romani. Durante tali festività vi era un rovesciamento dei ruoli e un temporaneo scioglimento degli obblighi sociali, per cui ci si poteva lasciar andare allo scherzo e al caos, conferendo alle cerimonie carnevalesche una valenza simbolica di rinnovamento che dava vita a nuovi cicli. Tale occasione è stata lo spunto di riflessione per l'evento "Maschere d'Artista"  la mostra/concorso  allestita presso lo spazio The Art House Space,  a Marrubiu, in Sardegna, luogo creativo dedicato alle esposizioni d'arte e cultura, nella casa/studio dell'Artista contemporanea Maria Jole Serreli, coordinatrice artistica dell'evento assieme a Laura Saddi, e con la curatela della giovane Chiara Manca, titolare della Galleria MANCASPAZIO a Nuoro, che in passato ha lavorato all'Archivio della celebre artista sarda Maria Lai, che hanno coinvolto oltre venti artisti del panorama artistico locale chiamati ad interpretare il concetto di maschera. Per citare le parole del Comunicato Ufficiale, scritte dalla curatrice Chiara Manca:   "la maschera è da sempre il simbolo del mistero, nasconde il viso di chi la indossa, rende impossibile riconoscere chi abbiamo davanti (...). La maschera è anche quella che quotidianamente siamo costretti a indossare a seconda delle situazioni in cui siamo coinvolti. È il modo di nasconderci fra la folla, ciò che ci fa confondere e ci amalgama alla massa. La maschera è democratica, ci rende tutti uguali, tutti giusti per la società. La maschera è protezione ma anche negazione: togliamo agli altri la possibilità di conoscerci, di avvicinarsi e ci riserviamo lo stesso trattamento ogni volta che ne indossiamo una. Siamo uno nessuno e centomila, siamo quello che vogliamo mostrare, siamo anche quello che nascondiamo dietro le nostre maschere. (...)"  Dall'abstract di tali presupposti, mi sono soffermata maggiormente a riflettere sui tratti distintivi del concetto di maschera. 

 

Dal teatro e dalla Commedia dell’Arte, nascono le maschere simboliche delle celebrazioni carnevalesche. In Italia sono molteplici e variano da regione a regione, come Pulcinella, Tartaglia, Scaramuccia o Arlecchino. Nel teatro greco del V secolo la maschera poteva essere sia comica che tragica, per comunicare il carattere o lo scopo del personaggio rappresentato. Si può intendere per maschera  il fazzoletto usato dai ladri o rapinatori per non farsi riconoscere; esiste la maschera antigas o la maschera di protezione per lavori pericolosi. Ampliando ulteriormente il concetto di maschera, mi sovvengono alla mente una serie di immagini che mi riportano alla maschera in quanto oggetto di interpretazione cinematografica, pensiamo al celebre “The Mask” del 1994, in cui una maschera magica conferisce al protagonista, e a chiunque la indossi, invulnerabilità fisica e numerosi poteri che ampliando le caratteristiche  della propria personalità. Oppure alla “Maschera di Ferro” (Randall Wallace, 1998) che nasconde il volto del fratello gemello del Sovrano Luigi XIV, rinchiuso nelle segrete della Bastiglia. Mi viene in mente ancora l’ultimo capolavoro di Stanley Kubrick “Eyes Wide Shut” del 1999, in cui volti mascherati sono i protagonisti di riti orgiastici alludendo alla maschera il concetto di segretezza, anonimato e pericolo, e sarà sempre la maschera protagonista in una delle scene conclusive più emblematiche, posta sul cuscino del letto accanto alla protagonista che dorme.  E proprio pensando all'uso della maschera in quest'ultimo film, penso al significato della stessa assunto nelle pratiche legate a giochi di ruolo della sfera sessuale di pratiche come quelle in  uso nel fetish e nel sadomaso, che ne implicano un utilizzo non solo legato all’ anonimato, ma alla vera e propria volontà spesso estrema, di impersonificare qualcuno in antitesi con il proprio ruolo sociale.  

Maschera funeraria di Tutankhamon. Museo egizio del Cairo.
Maschera funeraria di Tutankhamon. Museo egizio del Cairo.

Ma la storia della maschera ha origini decisamente più lontane e profonde.  In ambito rituale le maschere più note sono certamente quelle a carattere spirituale come le cosiddette maschere funerarie dei riti per la sepoltura egizia, in cui una maschera scolpita veniva posizionata sul volto del defunto durante il processo di tumulazione. La più celebre è quella di Tutankhamon. Tali maschere non venivano realizzate sulla base di calchi, ma era la mummificazione ad avere il compito di mantenere intatte le caratteristiche del defunto. A partire dalla fine del Medioevo invece le maschere, definite mortuarie, venivano realizzate sul calco del volto del trapassato, talvolta in cera o gesso, e non venivano più sepolte con il defunto, ma utilizzate nelle cerimonie funebri e successivamente conservate presso Musei, Biblioteche o Università.  In ambito forense nell’ 800, prima della diffusione della fotografia, le maschere mortuarie di soggetti non identificati erano destinate al riconoscimento della salma qualora i familiari si presentassero alla ricerca di una persona scomparsa. A seguito degli scavi archeologi portati avanti dall’ archeologo tedesco Heinrich Schliemann , del 1874 e 1876, furono scoperte sei tombe con il loro corredo funerario di alcuni Re di Micene, i cui teschi erano ricoperti da maschere d’oro. 

Arte e civiltà micenea_Maschera funeraria di Agamennone Tomba di Atreo.
Arte e civiltà micenea_Maschera funeraria di Agamennone Tomba di Atreo.

Fatta questa premessa generale mi chiedo quindi se possa esistere una definizione univoca di maschera, a tal proposito mi viene in soccorso il “Dizionario Iconografico dei Simboli” (Immaginario di simboli, icone, miti, eroi, araldica, segni, forme, allegorie, emblemi, colori” a cura di Ino Chisesi, Bur Rizzoli Milano, 2000) in cui alla voce maschera, trovo la seguente definizione: “Falso volto, provvisto di fori per gli occhi, naso e bocca, posto sul viso per fargli assumere una determinata fisionomia o per nasconderne l’identità.” Alla stessa voce del “Dizionario dei soggetti e dei simboli nell’arte” (J. Hall, Longanesi & C. Milano, 1974) trovo quanto segue: “Oggetto di travestimento, perciò simbolo di falsità, e come tale attributo della personificazione dell’inganno, del Vizio e della Notte, che fornisce protezione al vizio.”

Da queste due definizioni nasce quindi l’unica vera utile considerazione: in qualche modo la maschera nella sua più ovvia proprietà di voler nascondere un volto, mantiene un’accezione negativa, quella della falsità appunto, della menzogna rispetto alla propria identità. Possiamo quindi pensare alla maschera non solo come mero oggetto da apporre su un volto, con tutte le sue molteplici  funzioni come visto precedentemente, da quelle spirituali, storiche, rituali, teatrali, carnevalesche, ma in quanto concetto sociale, la maschera che tutti noi, chi più chi meno, indossa per mostrarsi ogni giorno agli altri: pensiamo all’ eccessiva e smisurata ostentazione del sé attraverso i social per esempio, mostrando la “maschera” del successo, della bellezza, della popolarità, a discapito di un immagine più reale e autentica, ma che in fondo incute molto più timore: quella di essere se stessi. 

SARDONIK@-CRIPT@MASK-Maschera rituale di Laconi Carlo Salvatore III
SARDONIK@-CRIPT@MASK-Maschera rituale di Laconi Carlo Salvatore III

Siamo figli della nostra epoca, di cui allo stesso tempo siamo vittime, in un era sempre più tecnologica, dove l’imperativo assoluto è apparire piuttosto che essere, in cui il possesso tecnologico e non, sono diventati lo status symbol con cui ostentare e misurare il proprio capitale sociale, a discapito di ciò che veramente è utile per la nostra sopravvivenza, ricoprendoci di uno sfarzo che nel lungo periodo avrà il solo merito di renderci eternamente infelici, insoddisfatti, mai grati per ciò che si ha, ma sempre bramosi di avere di più, all' inseguimento eterno dell’effimero, del superfluo, del inessenziale. “Cogito ergo sum” (Penso dunque sono), diceva Cartesio, oggi sarebbe più appropriato forse dire “Possideo ergo sum” (Possiedo dunque sono)

 

Tra gli artisti chiamati ad esprimere la propria visione creativa in occasione dell'evento "Maschere d'Artista" curato e promosso da Chiara Manca, Maria Jole Serreli e Laura Saddi,  vi è l'artista contemporaneo Laconi Carlo Salvatore III, di cui ho scritto anche qui che ha affrontato tale tematica attraverso un analisi profonda e una ricerca stilistica peculiari  della  visione artistica che da anni porta avanti attraverso il complesso progetto di ricerca Connecting Landscape  (Book "CONNECTING LANDSCAPE-International research project for the development of a glocal art network",collana Teknè-Arte, Architetture e Design, Edizioni Giuseppe Laterza,Bari,Novembre 2018,) in cui ha saputo fondere abilmente elementi di tecnologia informatica con le radici antropologiche della propria terra, attraverso opere scultoree frutto della manipolazione paesaggistica di architetture geo-litiche che attraverso interventi quali incisioni, fenditure, tagli, innesti di lamine microchip, hanno assunto nuovi significati e nuovi ruoli all’ interno del proprio contesto di appartenenza. Mantenendo come principio di base propulsore della propria indagine tale concetto esplorativo, Laconi si presenta al mondo con una nuova opera SARDONIK@-CRIPT@MASK-Maschera rituale socio-glocale. L'Artista propone una rappresentazione arcaica in quanto oggetto, in una visione dicotomica espressione metaforica di uno sdegno, come uno sberleffo ironico e sarcastico, ma a tratti amaro, dinanzi all’ incedere prepotente di una società che non si fa scrupoli in nome del “Dio Denaro”.  La scultura trae le sue fattezze dalla maschera ghignante in terracotta ritrovata in una tomba fenicio-punica a San Sperate (CA) e risalente al VI secolo a. C. Tali produzioni artistiche sono considerate tra le realizzazioni più originali dell’arte punica, e la loro caratteristica precipua è proprio quell’ espressione ghignante, denominata “riso sardonico”: secondo alcune delle versioni interpretative note, che talvolta assumono sfumature differenti tra le varie teorie sostenute dagli studiosi, tale smorfia, interpretata come “falso sorriso”, con digrignamento dei denti, sarebbe legata ad uccisioni di natura sacrificale in Sardegna (da cui presumibilmente potrebbe derivare il termine), in particolare di anziani con oltre i 70 anni di età, che durante il sacrificio religioso, al momento del trapasso, consapevoli che questo avrebbe portato loro verso una nuova vita non terrena, avrebbero dovuto rilasciare un ultimo sorriso, enfatizzato, artificiale e a denti stretti, che ne scaturì la tipica espressione, istantanea dell’emozione del momento. (Per approfondimenti si veda l'articolo a cura di Mario Cabriolu " Il riso sardonico e le maschere ghignanti fenicie"  in Sardolog.org).   Il riso sardonico di Laconi è espresso nella materia dorata in quanto preziosa, perché è nell'oro l'opulenza, l'eccesso, la ricchezza, fin dai tempi antichi il suo essere giallo così intenso, così ricco, era connesso al culto solare, e il suo pregio  ha fatto si che fosse inseguito dagli uomini di tutte le ere. Il valore di questo metallo è così rappresentato dalle inclusioni di elementi di tecnologia informatica che l'Artista ha introdotto nella sua opera, microchip, dei cavetti/antenne di cablaggio e connessione, e un USB flash drive in prossimità dello nezem, l’anello applicato tra le due narici, sono gli elementi del linguaggio moderno, quelli al quale oramai ogni giorno siamo tutti connessi: il progresso contemporaneo ha modificato il nostro modo di comunicare, così diviene in questa rappresentazione visiva la figurazione di una gabbia dorata, intrigante, affascinante, ma che ci tiene tutti prigionieri. Le nostre vite passano attraverso questi dati informatici, ostaggio delle grandi lobby politiche e finanziarie, questi dati hanno oggi un valore immenso, rappresentando il vero oro del presente e del futuro: è questo il valore/prezzo da pagare in una società così fortemente tecnologica? Laconi ha raggiunto la completa padronanza non solo tecnico-rappresentativa, ma del linguaggio con cui il complesso messaggio della sua Arte può essere espresso ponendo questioni etiche e morali su cui riflettere. I simboli misterici di cui scrive la parabola artistica di quest'opera vengono enfatizzati ulteriormente attraverso l'inserimento della Bitcoin-moneta, caricando di ulteriori analogie simboliche-tecnologiche la maschera scultorea, in un abile intreccio fra passato e presente, rievoca il ricordo di antichi rituali di sepoltura in cui due oboli venivano apposti sugli occhi del defunto quale pedaggio per traghettarlo nel regno dei morti. 

Il denaro è sempre stato un mezzo.  L'Artista non lascia nessuna casualità nella presentazione della sua opera e il dualismo cromatico dell'oro e del nero non fanno altro che esaltarne la ricerca tra forma, colore e materia.

La propulsione stilistica di Laconi non è mai banale e scontata, e né da conferma in questa ennesima prova artistica. 

Sorride la Maschera, Sorride l'Artista.

 

Dott.ssa Tamara Follesa




Commenti: 1
  • #1

    LCSIII (giovedì, 07 marzo 2019 21:00)

    ...con grande perizia di significato ! ��☀️❤️